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Archive for luglio 2010

Tre mesi da quel dì…

Il tempo vola inesorabile. Cosi sembrerebbe nella mia mente, ma a guardare il calendario sono solo passati tre mesi dalla mia partenza milanese. Quella domenica indimenticabile, per ovvi motivi. Tre mesi, col 25 di luglio, che sembrano un’eternità. Sarà perché qui la giornata comincia ufficialmente alle 7.30 e si conclude non prima delle 1 di notte. Mille cose da fare, da pensare, da ricordare, assieme alla felicità di vivere una nuova vita, e col pepe al c..o per fare in modo che questo cambiamento abbia successo.  Lo ammetto comunque, vivere con la possibilità che tutto questo possa da un momento all’altro finire, porta ad affrontare la realtà in modo molto serio, responsabile e deciso.

Forse a questo punto, alcuni di voi, potrebbero storcere il naso pensando … “cosa vuole dire con …la possibilità che tutto questo possa da un momento all’altro finire…”. Vuol dire esattamente quello che ho scritto. Tutto quanto è appeso ad un filo, ad un filo legato al tempo, più riesco in fretta a stabilirmi (e penso qui potete immaginare a cosa mi riferisco), più ho possibilità di continuare il “sogno israeliano”. Questa è la spinta che mi porta ad affrontare ogni giorno la sfida nel trovare la “sistemazione” che mi serve, facendo tutto quanto è possibile per continuare a “dormire” e sognare la mia nuova vita. Capitano quindi quei momenti in cui penso: “ma sono davvero sicuro di fare abbastanza ? …cosa posso fare ancora ? cosa mi manca ?”, ogni giorno sono le domande che mi pongo negli intervalli di tempo, tra viaggi in autobus, pranzi veloci, e riflessioni nottambule.

Devo ringraziare le persone che mi circondano qui, coloro che mi coinvolgono nelle loro attività quotidiane, nelle feste, nelle cene presso le loro famiglie, qualunque evento di socializzazione sono invitato, e mi diverto un sacco. Questo mi aiuta ad affrontare la scalata, che sono sicuro porterà a risultati, ma ci sono momenti in cui si cammina su tratti pianeggianti, e altri momenti in cui sei obbligato alla “cordata”.

Vorrei fosse chiaro, non mi aspettavo certo una cosa facile. Stò semplicemente trasferendovi le mie sensazioni a 90 giorni dal mio arrivo, senza raccontare che tutto va bene senza difficoltà. Penso nessuno si possa  aspettare che un cambiamento di vita può avvenire con grande scioltezza, forse, in un certo senso, non sarebbe poi un vero cambiamento di vita.

Durante l’evento della Banca, ho avuto occasione di parlare con diverse persone. Ero l’attrazione del momento “il nuovo immigrato dall’Italia, il pazzo che ha lasciato pizza, spaghetti, donne e quant’altro per venire a vivere in Israele”, quando mi venivano fatte domande sul “con chi sei venuto qui ?”…. “da solo” rispondevo. Con una famiglia ci avrei pensato sicuramente più volte, ma da solo posso sopportare il peso del successo, o …… La risposta è sempre la stessa “complimenti, benvenuto a casa, benvenuto tra noi, cosa posso fare per aiutarti ? “, è attraverso queste risposte, e le facce di queste persone vedo che il futuro sarà sicuramente più sereno.  Perche ?. Perché é visibile nelle loro espressioni, e sento nelle loro parole la sincerità ed il rispetto per una persona che ha lasciato famiglia, amici, confort, tranquillità e serenità, per il sogno di vivere in Israele.

Non c’è dubbio, il calore della gente si sente, e vorrei quasi definire “calore” come “rispetto”.

Quando una persona dell’Agenzia Ebraica, che ancora non avevo conosciuto, l’altro giorno mi ha posto la stessa domanda: “come mai sei venuto in Israele ? cosa ti ha portato ?” …la risposta “questo il mio paese”, l’ha fatta lacrimare (purtroppo era avanti con l’età, altrimenti avrei approfittato della situazione 🙂  ).

Che dire, la strada è ancora lunga, e ogni giorno ci sono un sacco di sorprese, questo il bello di Israele.

Alla prossima amici, e domani, soffiate con me sulle 3 candeline del compimese 🙂

Abbraccione.

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Una giornata da bancario…

Qualche settimana fa’, ricevo la telefonata da una delle responsabili dell’Agenzia Ebraica di Tel Aviv, la quale mi invita ad un evento organizzato dalla stessa agenzia ed una delle maggiori banche israeliane, Bank Hapoalim. Lo scopo di questo evento e’ praticamente reclutare nuovi volontari (dalla banca), che si rendano utili un domani nell’aiutare gente come il sottoscritto, nell’integrarsi, nel svolgere la vita di tutti i giorni nella realta’ israeliana.
La mia presenza quindi, e’ puramente per testimoniare le problematiche, i dubbi, e quant’altro, saltano in mente ad un nuovo immigrato.
La tizia mi “vende” il progetto come una cosa estremamente interessante ed importante, e sinceramente, da parte mia, do la massima disponibilita’, soprattutto per il fatto che e’ pur sempre un’ottima occasione per fare public relations, conoscere nuove persone, e chissa’, da cosa nasce cosa.
L’unica perplessita’ che avevo era che la presentazione doveva essere fatta in ebraico, quantomeno, la maggior parte della stessa. In Israele da tre mesi, il mio ebraico al momento e’ sicuramente migliorato rispetto a 4 mesi fa, ma non sono certo in grado di presentare, e tenere magari una sessione di domande e risposte, da parte del pubblico.
Lascio qundi passare del tempo, tanto ne avevo un bel po’ dal giorno in cui ho ricevuto la telefonata, sino al “D-Day”, quindi mettiamola cosi, ci avrei pensato piu’ avanti.

La parte in cui spiegavo l'andamento del mercato finanziario nel prossimo ventennio

In questi giorni comunque, ci riflettevo spesso, immaginandomelo, pensando alle cose da dire, e soprattutto la speranza di conoscere gente con cui, chissa, sarei diventato amico, dipendente, o semplice conoscente.
Le giornate passano, si avvicina il giorno X, mi rendo conto che non sono in grado di tenere un discorso in ebraico, e quindi mando mail intimidatoria agli organizzatori: ” Signori, sono felice dell’invito al vostro evento, sono lusingato, ma non sono in grado di fare una presentazione in ebraico, e vi sottolineo il fatto che potrebbe essere rischioso, perche’ il messaggio che darei, potrebbe non essere quello che effettivamente volete, quindi, posso solo farlo in inglese, magari con un breve cappello in ebraico.”
Risposta affermativa, “nessun problema, andra’ bene anche in inglese”.
Bene, non voglio fare brutta figura, si sa che la preparazione e’ gia’ garanzia di successo, e cosi butto giu’ due righe, che poi una cara amica (nuova lettrice di questo fantastico blog), mi traduce.
Stamattina pero’ penso:  “se faccio un cappello in ebraico perfetto, non ha senso, non posso aver imparato un ebraico cosi perfetto in 3 mesi”, e quindi decido di andare di grande cabaret, e giocarmela sullo spontaneo.
La fortuna ha voluto che nelle mie esperienze lavorative passate, ho fatto presentazioni davanti a platee non indifferenti, e quindi, mi sono sentito abbastanza tranquillo.

La giornata comincia, arrivo negli uffici della Sochnut, mi accolgono rifocillandomi con ottime bibite (acqua), breve briefing per organizzare la presentazione, e poi via, tutti in macchina verso gli headquarters del Bank Hapoalim.
Arriviamo, accolti da fanfara, frecce tricolori, spari di cannone, e una sventagliata di mitra. Entriamo proprio nel momento in cui ci si rifocilla.
Dovete sapere che, in Israele, praticamente ci si rifocilla ogni momento del giorno e della notte. Usciamo dall’ascensore, salutiamo chi ci accoglie, beviamo, magnamo e ruttiamo, e aspettiamo il nostro turno per entrare in sala e fare la nostra performance.
La sala dove avveniva il tutto era gia’ gremita, probabilmente i poveretti erano gia’ li dentro a sentirsi altre presentazioni dal mattino, e quindi da li a poco toccava a noi.

Presentazioni, strette di mano, “ahhh italiano…”, “ah, sono stato a capri…” abbastanza tipico qui quando vedono un italiano, ma guardiamo il lato positivo, questa volta ho scampato “dove si mangia la pizza migliore ?”.

Tocca a noi, entriamo sotto l’occhio attento di tutta la platea, e prendiamo posto in pole position.

La giornata ha inizio.

Prende parola una delle responsabili, si presenta, racconta di cosa si parlera’, mi indica diverse volte (attenzione, l’ebraico non lo parlo, ma lo capisco), e via…finita l’introduzione, mi chiama sul palco.

Bella sensazione, un pubblico non italiano, devo presentare in una lingua che non e’ la mia, con la normale emozione che ha un essere umano nel trovarsi sotto gli occhi attenti di un paio di centinaia di persone.

Inizia il cabaret, sparo le mie due frasi in ebraico, faccio qualche errore (voluto), il pubblico mi corregge, dopodicche lascio a loro la scelta se presentare in italiano, o inglese….lascio a voi la risposta.

Si parla, in mente ho i punti da toccare, guardo la gente, ne vedo molta attenta, soprattutto, credo per il fatto che sono italiano, che spesso ho parlato delle motivazioni che hanno portato un italiano a trasferirsi in Israele, di quello che gli israeliani tipicamente mi dicono quando mi incontrano, insomma, lo scopo era un po’ scaldare il pubblico e rendere la cosa meno formale possibile, anche se seduti in prima fila, c’erano i capoccia della banca.

Lo ammetto, un po’ di strizza c’era, penso sia normale, ma tutto alla fine e’ andato bene.
Finita la presentazione, usciti dalla sala dopo grandi applausi e standing ovations, sono stato raggiunto da diversi impiegati che mi hanno stretto la mano, complimentandosi, coi quali ho scambiato due parole.

Le persone dell’agenzia ebraica erano entusiaste della giornata e della presentazione, e sostengono che dopo la giornata di oggi, trovero’ moglie e lavoro, anche se, il lavoro…forse, al momento, interessa un po di piu.

Usciamo, ce ne andiamo cosi tutti soddisfatti della mattina. Vengo poi raggiunto da una telefonata, nel pomeriggio, dove mi viene detto che l’evento e’ stato un successone, hanno ricevuto un sacco di feedback positivi, ed alla fine, un bel “welcome in the team”.

That’s Israel.

Le foto sono disponibili su Facebook, chi di voi non fosse registrato, e fosse interessato ad averle, me lo faccia sapere…sara’ un plaisir.

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Non solo ciabatte..

E’ passato diverso tempo dal mio ultimo post. Mi scuso cari amici, pensavate forse mi fossi dimenticato di voi, o peggio ancora, che questo blog era in fase di decadimento. Non é così, ve lo posso garantire. E’ passato quasi un mese dall’ultimo articolo, e di acqua sotto i ponti ne é passata parecchia. Come spesso dico, e non smetterò mai di dirlo, i giorni che passo qui in Israele hanno una tale intensità che, sembra veramente di aver lasciato Milano, amici, e vecchie abitudini da davvero tantissimo tempo, e come spesso accade mi fermo a pensare veramente a cosa facevo negli ultimi mesi, anni, sorridendo. La dimensione é totalmente diversa, la vita qui ha iniziato a prendere una svolta un po’ diversa, vuoi per la gente, per le abitudini, per lo stile di vita, per i pensieri e per tutto quello concerne l’adattamento a nuove persone, a nuovi modi di pensare.

Non posso certo dire che é facile, se volete un’opinione obiettiva, non mi immaginavo neanche fosse facile, o una passeggiata di salute. Cambiare paese, abitudini, modi di pensare, ad una certa età, seppure non cosi avanzata, impone un periodo di integrazione maggiore rispetto a chi lo a in età più giovane (facile considerazione).

Le giornate hanno quindi preso una piega fissa, mattina scuola, e pomeriggio sino a sera inoltrata, lavoro. Non rimane molto tempo per socializzare, per rilassarsi, che in un batter d’occhio é un nuovo giorno con gli stessi intensi impegni del giorno prima. Arrivo quindi al week end in uno stato vegetale, ma almeno lo vivo molto ma molto intensamente. La scuola é diventata più impegnativa rispetto a prima, lo studio di nuovi verbi e differenti declinazioni ormai é storia di tutti i giorni, il problema é che la memoria non é più quella di un tempo, e quindi, l’unico modo per imparare una lingua é davvero buttarsi..dalla finestra. Uno dice; “vabbé fai qualche errore e poi comunque ti correggono..non ti preoccupare”, il mio dubbio é capire cosa dico di giusto tra gli errori che faccio ma alla fine diciamolo, é comunque una bella sfida. L’ebraico non é una lingua difficilissima, forse perché l’avevo un po’ studiata a scuola, ma un conto é studiarla a Milano, un conto é studiarla perché qui ti serve veramente nella vita di tutti i giorni, ma alla fine devo dire che é bello avere nuovi obbiettivi che ti mettono alla prova, altrimenti si vivrebbe sempre della stessa minestra.

L’Ulpan, é luogo di incontro, come già dissi in passato, di persone che arrivano da tutto il mondo, differenti culture, lingue, abitudini, e si sente subito quando arrivano nuovi alunni, non solo dalle facce nuove, ma da quali sono i principali argomenti. La ricerca di un tetto. Telefonate infinite per rispondere ad annunci di case in affitto o vendita, contrattazioni, ricerche di coinquilini con cui condividere le alte spese di affitto Sembra quasi essere al militare (che non ho fatto), quando vedi arrivare le nuove reclute, e tu, che sei “anziano”, sorridi e ti sfreghi le mani come a dire “mo’ so c…i vostri”. Di base comunque, rimane la volontà di conoscere, condividere, perché alla fine, bene o male, sono tutte persone che hanno lasciato la loro vita, in certi casi famiglia, per trovare qualcosa di nuovo qui.

La scorsa settimana, ho avuto un’esperienza abbastanza particolare. Nella mezzora di pausa, come di consueto faccio due passi sotto i 400 gradi del sole per andare a rifocillarmi di liquidi in un vicino supermercato. Nel godere della fresca aria condizionata, giro praticamente duecento volte gli scaffali per tornare a temperatura corporea accettabile, e ad un certo punto sento parlare italiano. Mi sposto, vedo due ragazze e attacco subito a parlare. “Italiane ?..:” ….”no, svizzere”…vabbé pazienza, nessuno é perfetto. Inizio a parlare, faccio due chiacchere del più e del meno ritornando verso l’Ulpan e chiedo un po’ della loro esperienza. Una mi dice che viveva a Lugano ed ora si é spostata a Zurigo (grande vita, penso io !!), l’altra ha una storia molto più divertente. Sembra sia arrivata in Israele un paio di mesi fa, ha comprato la macchina, e mi dic che le piacerebbe tantissimo vivere a Tel Aviv. “Dov’é il problema ..?” dico io, fai le pratiche di immigrazione come ho fatto io, e taaaaaaacc ti trovi a vivere in Israele. Risposta “non sono ebrea !! “ e già qui un giramento di scatole…non perché non fosse ebrea, ma per il fatto che di tutte le ragazze (ebree) della scuoletta, sono andato a beccare l’unica non ebrea. Ma vabbé, tra me e me penso “questo é un tuo problema !!”. Mi viene quindi da pensare poi, che sino a tre mesi fa circa, io ero nella sua stessa situazione, in Italia, e vedere una persona, non ebrea, che spera tanto di vivere in Israele, vive i problemi di integrazione da persona “diversa”, senza nascondere la mia fierezza di essere ebreo in Israele e con un bel sorriso nel vedere cosa prova una persona non ebrea ad integrarsi in un paese con la più alta peercentuale di religioni diverse da quella cristiana. Ovviamente, tutto questo solo una considerazione, nessuna offesa a chi di religione cristiana (ci mancherebbe).

Ho iniziato a definire Tel Aviv, (e forse potrei già intenderlo per tutta Israele), il “paese della ciabatta”. Vero che ora comincia a fare caldino, ma già diverse settimane fa avevo notato questa cosa, qui la gente usa difficilmente le scarpe. Tutti, sempre, giorno e notte, in ufficio e fuori, con le ciabatte da spiaggia. Porti delle scarpe ? Ti senti quasi diverso dalla massa, e quindi non ti resta altro da fare che adeguarti. Lo ammetto, non é poi un’abitudine difficile da prendere.

Vi scrivo oggi dalla Galilea, nei dintorni di Zafet, Un week end organizzato per festeggiare il compleanno di una carissima amica, in un podere stile toscana, ma tra le colline della galilea (nord di Israele). Un tiro di schioppo (in tutti i sensi) dal Libano.

La villa (cosi la chiamano qui), come dicevo, riprende molto lo stile del podere toscano, tutto in pietra, fontane, fiori di tutti i colori, e soprattutto, silenzio. Certo, le 18 persone che compongono il gruppo non sono poi cosi silenziose, ma l’idea di passare assieme due giorni, in totale chillout, al fresco, ridendo e scherzando, porta il cervello in vacanza. E’ effettivamente la prima volta, dopo il mio arrivo, che prendo un relax cosi lungo…mi ci voleva, e speriamo presto in tanti altri. Non vi descrivo più di tanto il posto perché appena di ritorno a tel aviv, pubblicherò le foto e avrete modo di rendervene conto da soli.

Ora vi devo salutare, con la promessa che tornerò a scrivere più frequentemente, quando non collasserò al ritorno dalle giornate impegnate che al momento ho, ma che stò cercando di risolvere in modo migliore, nella ricerca di un lavoro “normale” che mi permetta di avere una vita più equilibrata. Qui in Israele si dice “savlanut”, ovvero “pazienza”. Di pazienza ne ho tanta, ma direi che é arrivato il momento di continuare la salita, senza sedersi troppo…dopotutto, il rifugio, non é così lontano.

Un abbraccio a tutti voi.

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