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Archive for gennaio 2013

Fondamentalmente, é importante registrare il proprio ingresso in azienda, dopodicché, tutto si può ovviamente rallentare. Ufficialmente scattano le nove ore lavorative, da quando senti quel “bib”, ed il tuo codice compare sul display. A quel punto, é come passare da un vecchio disco a 45 giri, con uno a 33. La fretta scompare, il corridoio che ti porta verso il tuo ufficio é praticamente vuoto. Fiero del mio successo, cammino rilassato. Arrivo sempre prima rispetto agli altri, solitamente dai venti ai dieci minuti prima delle 9. Non esiste un vero orario ufficiale di inizio, diciamo che qui, é sufficiente entrare tra le 9 e le 9.30 per poi uscire nove ore dopo, o quando si vuole, ma sapendo che a fine mese, non devi essere in negativo.

Poca gente, le solite persone che arrivano di buonora. Chi abita distante da Tel Aviv, chi in città, non ha importanza, ognuno viene quando preferisce, organizzandosi già la giornata, magari per uscire un po’ prima.

Non c’è fretta a cominciare, é sufficiente accendere il pc, infilarsi il badge in tasca, ed iniziare il giro per gli uffici a salutare, fare due chiacchere, ed andare a prendersi un caffé in caffetteria. I primi tempi era cosi. Gli ultimi tempi, ci impongono di scendere da Roladin (pasticceria), prenderci quel secchio di caffé e sorseggiarcelo giù al fresco, che, di questi tempi, é sufficientemente fresco.

roladinScendere da Roladin é effettivamente un cinema. La fretta che avevi di arrivare qualche decina di munuti prima, per passare il badge, svanisce. Schiacci il bottone per uno dei sei ascensori disponibili, ma l’attesa é alquanto lunga, proprio perché sono tutti impegnati a portare ai piani i reduci dei rispettivi “Gran Premi mattutini”. Bello vedere, quando si aprono le porte, le facce dei nuovi “concorrenti” che corrono a cercare la loro bandiera a scacchi, mentre tu, sei li comodo comodo che aspetti di scendere per sorseggiarti quei 3 litri di “afuch gadol”, praticamente una piscina di caffé e latte che ti servono ad una temperatura di 400 gradi.

Arrivare da Roladin é sempre una sorpresa. L’arrivo nel shopping mall direttamente dagli ascensori, ti permette di sperimentare ancora una volta lo scontro diretto con le “persone” che attendono il tuo ascensore, e che non si spostano quando devi uscire. Anzi. Cercano di entrare proprio quando tu tenti di uscire. L’israeliota recidivo.

Dopo averne stesi un paio, ci si accinge ad entrare nel mall, ancora poco frequentato, ma comunque gelido. Saracinesche ancora abbassate. La distanza tra Roladin e gli ascensori é veramente minima, ma anche in questo caso il tempismo é fondamentale. Tutto é calcolato e studiato sino all’ultimo dettaglio. Roladin si trova esattamente nel corridoio di uscita della stazione dei treni. Inserirsi in quel corridoio quando sta arrivando la fiumana di gente israeliota, é uno degli errori più gravi da fare, ma ad essere sinceri, non ci sono escamotage per evitarli, quindi sta veramente solo alla gran fortuna.

L’ingresso da Roladin é quasi un trionfo. Oramai ci conoscono tutti. Il cinema comincia quando entriamo noi. Le cassiere ci conoscono. La ragazza che fa i caffé ti sorride e spara la sua solita idiozia mattutina. Il grosso problema, incalcolabile, é la fila di gente. Ovviamente nessuno rispetta la fila, ma delle volte manco si capisce se una fila realmente esiste, o si é creata semplicemente per la lumacaggine di qualche commessa o cassiera.

Ordinare il tuo “afuch gadol” é quasi un premio, un po’ come se fosse un’altra bandiera a scacchi. Ce l’hai fatta. Ci sei arrivato. Ora, che la “comanda” passa alla “caffettiera” (definisco cosi la ragazza che si occupa solo di fare caffé), ci vuole qualche minuto, e nel mentre, le stesse, solite, identiche battute di ogni mattina. Finalmente il tuo caffé é pronto. Un contenitore stile mini-secchio, che solo ad appoggiarci le dita, ti parte un’ustione di secondo grado. Effettivamente devi soffrire solo qualche metro, per portare il secchiello su un’altro banco, dove puoi “condire” il tuo caffé. Ovvero, zuccherarlo come ti pare, girarlo come ti pare, coprirlo col cappuccino bianco col buco da cui berlo, ma soprattutto, prendere quella banda di cartone che si apre a cerchio, dove infili il caffé e finalmente eviti di ustionarti ulteriormente le dita. Anche se oramai, già le impronte digitali si sono cancellate dalla prima ustione.

Il caffé si sorseggia con gusto, accompagnando i colleghi a fumare, e, raccontandosi notizie, gossips, e quant’altro ad una temperatura non irrilevante, proprio sotto l’ingresso delle Azrieli, dove per un giro strano di correnti, sembra di essere a Trieste nei giorni più neri della bora.

Non c’é fretta. Il badge é passato, “ufficialmente” stai lavorando, quindi una delle cose più gustose é vedere i colleghi che arrivano di corsa, in ritardo, e li guardi con un fare di comprensione, sapendo quello che ancora devono passare. Passare dagli ascensori che arrivano dal parcheggio sotterraneo. Attendere uno dei sei ascensori per salire, e soprattutto perdere la loro mascolinità/femminilità per appropriarsi un posto in quell’ascensore che li porterà al taglio della bandiera a scacchi.

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Ogni tanto penso che, se anche mi addormentassi profondamente per un paio di settimane, se anche mi dovessi svegliare, e riprendere la vita di tutti i giorni, non sarebbe cambiato veramente nulla. Qualche volta l’ho scritto nei miei precedenti post, ovvero che mi sento veramente un automa. Più va avanti il tempo, e più l’automa che é dentro di me, fuoriesce. Potrei studiare i movimenti da quando mi alzo al mattino, contare i passi per andare in bagno, uscire ed andare ad accendere il bollitore, sino a quando esco di casa, che i passi sarebbero per certo gli stessi. Vero, ammetto, devo metterci la variante mattutina di quando devo buttare via la spazzatura che oramai quasi cammina da sola per casa. Ecco, quella mattina, mi sento particolarmente arricchito, perché ho fatto qualcosa di diverso.

Bene, torniamo alla modaltà automa senza spazzatura. I passi dal portone di casa, alla fermata dell’autobus sono circa 53, le persone sono sempre le stesse. La “militara” con delle cuffie abnormi in testa, rosa. Quelle che vanno di moda adesso, manco si mettesse in testa uno stereo stile “niggher” newyorkese. La ragazza che porta una taglia più piccola di pantaloni, e con un cerchietto in testa stile bambina di quarta elementare. Poi c’é quell’ altra un metro e venti, capelli lunghi fino al sedere (quindi sino a terra), che delle volte ha un fuseau inguardabile. Ecco, già io la mattina ci metto circa quattro ore a svegliarmi, ma imbattermi in questa fauna di primo mattino, é veramente drammatico.

bandiere-a-scacchi-psd-icona_30-2170Sali sull’autobus, e ti rendi ancora conto di avere il grande culo di avere Schumacher ai comandi. Delle volte il nostro Schumacher si alterna con Vettel, e non appena chiudono le porte, faccio scattare il cronometro, per vedere se riesco a guadagnare qualche minuto nell’arrivare in ufficio. Incredibile come vengono tagliate le curve sui cordoli, e gli ispettori di gara difficilmente alzano la bandiera nera di squalifica per il nostro autista dell’autobus 239. Limortacci sua e di tutto il suo parentado. Io, sarà perche rimango sempre un gentleman, in autobus non mi siedo mai, quindi mi posiziono vicino alla porta d’uscita, agganciato coi ganci di sicurezza ai tubi laterali, e possibilmente con qualche bambino o ragazzina davanti a cui potermi appoggiare comodamente mentre il Schumacher mediorientale cerca di guadagnare secondi preziosi.

Ho quindi deciso di tenere una tabella, e segnarmi i tempi tutte le mattine da consegnare poi a Yosef Ecclestone, patron della formula Bus di Tel Aviv, ed organizzare il grand prix del Bus del medioriente. La cosa divertente é che il biglietto praticamente, non lo deve fare nessuno. Tutti muniti di tessera elettronica, che passata sulla “emetti biglietti”, ti fa passare immediatamente. Anche questi, secondi preziosi su cui il Schumacher de noartri, può guadagnare grandi vantaggi in termini di tempo.

Ahimé, purtroppo, il nostro pilota deve soffermarsi per un tempo maggiore davanti alla base militare, dove solitamente scende sia qualla con lo stereo rosa in testa, che tutti i suoi commilitoni del centro Israele, quindi vedi praticamente la faccia di Schumacher riflessa allo specchio che non vede l’ora di premere il pulsante di chiusura delle porte centrali, e partire a razzo verso la prossima fermata.

Dopo aver rischiato la vita per circa una quindicina di minuti, scendo, e mi faccio spazio davanti all’oceano di persone (stranamente militari) che devono salire sull’autobus, proprio alla stazione dei treni, dove scendo io. Ecco, diciamo che lo stile israeliano, al posto di agevolarti il passaggio, ti impone di sbatterci contro, e farti strada a gomitate. Madrenatura, per mia fortuna, mi ha dotato di una stazza non indifferente, tanto da potermi fare spazio con estrema scioltezza, e delle volte purtroppo, non vedendo le povere soldatessine che ti si piazzano davanti. “Eh cara mia… o te levi, o te pijjo” .

Il tragitto verso la mia meta mattutina mi impone di attraversare due semafori. I passi dalla discesa del bus, sino al primo semaforo sono chiaramente gli stessi, i tempi, uguali. So esattamente quando accelerare il passo per prendere il verde, o viceversa, rallentare ed aspettare la sincrinizzazione del verde, per attraversare la “pista”. Diciamo che per un detto simile tipo “la fortuna é cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”, io arrivo regolarmente quando la sincronizzazione semaforica non mi é particolarmente amica. Superato l’inghippo, mi inserisco nella fiumana di gente che se non stai attento, rischi di portino in direzioni totalmente opposte a quelle che devi prendere tu. Quindi, dovendo entrare per i grattacieli, spesso metto la freccia, e mi inserisco nella corsia di destra, allungando il passo. Si, se non lo allunghi, ti mettono sotto.

Superato il momento, scatta il controllo della sicurezza, dove regolarmente c’é l’anziano di turno. Un giovanotto ottantenne, con miopia ai massimi livelli, astigmatismo evidentissimo, che simula di vedere il tuo pass, ma che entrambi sappiamo che manco sa di che forma sia, e mi fa cenno di passare.

Sembra quasi fatta, ma cosi non é. Ora il pass serve per passare le barriere del grattacielo dove lavoro. Ecco ci vuole gran tempismo per evitare che arrivi l’ascensore dai garages sotterranei. Se becchi l’ascensore, sei finito. Si crea una ressa pazzesca ai 6 ascensori che devono portare le persone, su per quaranta piani.

Anche a questo punto le sfide si infuocano. Ti fermi esattamente in mezzo ai sei ascensori, e scruti con un occhio quale ascensore ha i numeri che scendono a velocità supersonica, e con l’altro occhio scruti le persone che si avvicinano ai vari ascensori, per  essere in pole position, ed entrare. Questo non deve accadere. Quando le porte si aprono, succede il finimondo. Donne e uomini sono la stessa cosa. L’educazione stà letteralmente fuori dalle porte dell’ascensore, e quindi, con massima e decisa nonchalance, ti infili nell’ascensore, guardando gli occhi degli altri, e condividendo con loro quella sensazione di vittoria.

Arrivato a destinazione, al trentunesimo, entri nel tuo ufficio, passi il badge, e magicamente spunta la bandiera a scacchi.

Ce l’abbiamo fatta anche stamattina.

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Il mio precedente post parlava di “cose belle”, mi sono limitato a descrivere quelle che per me, sono le più significative, ma ovviamente si potrebbe andare avanti senza problemi. Intendiamoci, putroppo in Israele non ci sono solo “cose belle”, ma anche cose “meno belle”. Ecco, questo post non vuole assolutamente andare a toccare quelle meno belle, solo perché, ho deciso di concentrarmi solo sulle cose positive, ed aver a che fare il meno possibile con quelle “meno belle”.

votoUna piccola premessa per raccontare la “cosa bella” di ieri, capitatami per la prima volta da quando vivo in Israele, niente di particolarmente ecclatante come azione, quanto di più al significato. Già il tutto nasce nel ricevere la cartolina di voto. Già un successo per me, solo  per aver avuto la conferma di essere iscritto in tutto e per tutto nelle liste dei residenti in Israele. Certo, possessore di Tehudat Zehut (un po’ più della carta di identità), uno pensa che sia logico, ma una cosa é riceverla nella propria cassetta delle lettere, come a dire “ehi Gabriele, sappiamo che sei uno di noi, vogliamo la tua partecipazione al voto, presentati a questo indirizzo”. Tutto perfetto. Esaltazione maxima nel riceverla, e questo l’abbiamo detto. Chi votare, diciamo, é stato il problema a seguire, ma non stò qui certo a raccontarvi tutti i pipponi mentali per decidermi a votare o per l’estrema sinistra, o per la meno estrema sinistra (balle !).

In Israele si vota durante la settimana. La giornata é totalmente dedicata al voto, e pagata dallo Stato per i lavoratori che ovviamente non sono presenti in ufficio. Ieri, la giornata si é aperta con una temperaturina di 24 gradi. Più che il 22 di Gennaio sembrava il 20 di Luglio. Uscito con la mia solita felpa da anziano, mi sono accorto solo dopo 10 passi, che era il caso di tornare indietro, e lasciarla a casa. Le mezze maniche erano più che sufficienti per affrontare quella bella temperaturina gradevole, primaverile, o forse più estiva.

La prima cosa che mi é saltata agli occhi é stata la quantità di gente presente per la strada, e difficile rendersene conto. Una delle cose divertenti in Israele, o quantomeno a Tel Aviv, é che la gente che ti viene incontro, non si sposta, se non all’ultimo secondo per non scontrarsi, e questo é stato un esercizio non indifferente già nei primi 50 metri. La pazienza arriva facilmente ad una durata temporale di circa 12 minuti, dopodicché, grazie alla mia stazza, che siano adulti o bambini, io ci passo sopra, quindi o ti levi, o ti piglio dritto dritto.

Caffé stracolmi, il chiosco dei frullati aveva una fila davanti, interminabile. Secondo me ieri hanno vinto la lotteria. Dove ti giravi c’era gente seduta, in piedi, sdraiata sulle panchine, sembrava veramente un giorno di festa nazionale.

Arrivo dopo un paio di kilometri nella scuola dove dovevo votare. Semplicissimo. Sono andato in paranoia da voto già qualche settimana fa, facendo esercizi di scrittura, di X, in ebraico pensando che dovevo scrivere il nome del candidato che volevo, della sorella, del fratello, e di tutto il parentado. Fortuna ha voluto che le votazioni qui, sono a prova di deficiente. Certo, non é necessario che tu sappia scrivere, ma é richiesta almeno un minimo di lettura (in ebraico).

Fondamentalmente l’iter iniziale é uguale a quello italiano, ovvero controllo della Tehudat Zehut, verifica che la foto scattata secoli fa corrisponda la tuo viso, e quasi quasi controllo delle impronte digitali (almeno, quanto capitato a me). Aspetti l’ok per andare dietro la tenda, e trovi praticamente una scatola gigantica suddivisa in tante caselline, col nome del partito che vuoi votare. In verità, é indicato un pseudo acronimo, ma di seguito per esteso il nome. Non devi far altro che tirare su il tagliandino, infilarlo nella busta consegnata all’ingresso, ed uscendo, imbucarla nello scatolone. Il gioco é fatto.

Vero, banale. Niente di nuovo, ma permettetemi di essere un pizzico sionista. Ho votato per la prima volta alle elezioni dello Stato di Israele. Giusta o sbagliata la scelta del mio voto, poco importa (comunque i risultati mi hanno dato ragione), é stato il piacere di aver votato nel mio Paese. La sensazione é molto strana, piacevole, e capisco perfettamente che a molti di voi parrà molto indifferente, ma cosi non é. A differenza dell’Italia, la sensazione qui, é quella di far parte di qualcosa, di avere qualcosa in comune con la signora che votava dietro di me, e col signore che votava prima di me.

Qui é veramente molto facile cominciare una conversazione. Il fatto che io non abbia proprio il viso mediorientale, il mio ebraico italianeggiante, o quantomeno non puro, suscita la maggior parte delle volte, lo spunto di una chiaccherata, che sia col cameriere di un ristorante, con un commesso, col signore in fila, con chiunque incontri, e che ti chiede da dove vieni. La cosa che dividi con queste persone, alla base di tutto, é il fatto che anche lui/lei é ebreo/a, e questa é la cosa più comune che abbiamo qui. “Non ha importanza da dove vieni, sei ebreo, sei uno di noi, abbiamo sicuramente qualcosa in comune su cui discutere”, un po’ questo il pensiero, e grazie a questo qualunque conversazione intraprendi, finisce con una pacca sulla spalla, e molto spesso con un piacevole sorriso che ti accende un po di buonumore.

“Le persone, sono la cosa bella qui”. Ancora. Non tutte, ma sapendo ben selezionare, trovi un sacco di ragazzi con cui ti potresti fermare a parlare ore, anche non avendoli mai conosciuti prima, ma avendo comuqunque una base comune, molto solida. L’ebraismo, e soprattutto la voglia di conoscersi.

La giornata poi é proseguita nel totale chillout. Per quanto mi riguarda, facendo la maratona di Tel Aviv, da nord a sud su lungomare, per tornare dall’interno, con la volontà di vedere quanta gente si era riversata per i parchi, spiaggia, caffé. Bello, semplice, ma bello.

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Le “cose belle” …

vitaRiflettevo questa sera, nella mia solita passeggiata dall’ufficio verso casa, alle “cose belle”, che poi possono essere della vita, di un particolare momento, di una situazione, e comunque a quello che noi vogliamo definire “una cosa bella”. Vero, quando esco dall’ufficio sono particolarmente filosofo, delle volte, non sempre, ma da un po’ di tempo questo é quello che mi capita.

“Le cose belle” dunque. Cosa sono per me in questo momento le “cose belle” ?

La prima in assoluto é

  • guardarmi indietro, a quasi tre anni, e pensare che il peggio é passato. Quantomeno quel senso di insicurezza nel vivere in un posto che non é “tuo”, ma che oggi sento “mio” per gran parte. Chi mi conosce bene sa che non sono un tipo particolarmente ottimista. Non dico di essere pessimista, ma credo di potermi definire realista. E’ molto facile dire, “me ne vado”, tra il dirlo, il farlo, é vivere veramente il passaggio nella sua concretezza. Le paure iniziali sono state infinite, l’incertezza del futuro esiste anche qui, ma alla fine, per me, é una “cosa bella”.
  • Le persone: le persone sono “una cosa bella”. Si, non tutte. La maggior parte di esse,  quelle con cui ho a che fare, sono “una cosa bella”. Ho incontrato, da quasi tre anni che sono qui, persone fantastiche, conoscenze, amicizie, e qualche vero amico. Pochi veri amici, tanto da confermare che li posso contare sulle dita di una mano sola, ma queste persone sono speciali. Sono quelle persone che incontri, e che, non sapendo per quale motivo, nasce una vera e sentita amicizia. Cose in comune, pensieri, lavoro, due risate in compagnia, e via, scatta la stima. Le persone qui sono “la cosa bella”. Quelle che al lavoro ti supportano, che ti aiutano, che ti spiegano, che capiscono. Quelle che in saltuarie occasioni incontri, ti presentano, ed in men che non si dica, scopri che siete parenti, o quasi.
  • La “cosa bella”, é capire il valore della tua famiglia. Pur essendo distante, ti é vicina. I momenti passati assieme nelle saltuarie visite in Italia, o delle loro in Israele, si trasformano in momenti epici, che porti in ricordo  non appena torni in Israele, o loro, ripartono per l’Italia. Il mio cambiamento, in parte é stato anche un loro cambiamento.
  • La “cosa bella” é vivere la realtà israeliana. Letta tante volte nei libri, nei giornali, ma oggi testimoniata dal sottoscritto. Esperienze difficili come i missili su Tel Aviv, gli attentati, ed esperienze fantastiche, belle, divertenti, piacevoli, vissute giorno per giorno, nella vita di tutti i giorni.
  • “La cosa bella” é tornare quelle volte in Italia, e rivedere il tuo passato, ripercorrere strade che una volta erano le “tue” strade. Rivedere amici che erano, sono, e saranno tuoi amici, indipendentemente da dove vivi. “La cosa bella” é ritornare in Israele, Tel Aviv, oggi, la mia casa.
  • “La cosa bella” é aver iniziato nell’Aprile 2010 questo blog che, di tanto in tanto riapro, e rileggo i  post scritti, ed associo la lettura ai  momenti realmente vissuti, e mi dico…”ma quanta m…. ancora dovevi mangiare in quei momenti”
  • “La cosa bella” é  pensare che tutto questo l’ho fatto con le mie mani, senza l’aiuto di nessuno. L’idea che ce la si possa veramente fare. Determinati, con un obiettivo chiaro, ce la si può fare, e credetemi, é una soddisfazione inimmaginabile. Vero, la strada é ancora lunga, ma una delle cose divertenti é percorrerla, ed aver creato una valida alternativa al passato. Se il desiderio di cambiare veramente é dentro di voi, fatelo, provate, tentate, é possibile farcela.
  • “La cosa bella” é quando ai controlli della sicurezza, tipicamente in aeroporto, ti chiedono “dove hai studiato l’ebraico per saperlo cosi bene”, e renderti conto di sottovalutarti un sacco, quando invece ti devi rendere conto della difficoltà di iniziare a parlare, pensare in una lingua diversa dalla tua. Dal momento in cui ti alzi al mattino, sino a quando vai a dormire, il rischio, é di parlare costantemente tre lingue in un giorno (italiano, ebraico, inglese).
  • “La cosa bella” é stata quando, appena arrivato in Israele, a seguito di un evento presso una banca a cui avevo partecipato per una presentazione, il Vice President di quella banca mi ha approcciato chiedendomi “cosa posso fare per aiutarti a trovare un lavoro ?”. Questa é una “cosa bella”.

Queste sono solo alcune cose belle, tante altre sono piccole piccole, tanto comunque da renderti positivo nel corso della giornata.

Vi ho descritto le cose belle, non fatemi descrivere quelle brutte perché altrimenti non smetterei più di scrivere per una settimana. Scherzi a parte, come in tutto, c’é il bello ed il meno bello. Tutto stà nella nostra  attitudine ad affrontare le cose. Delle volte, é fondamentale cambiare anche noi stessi.

Un abbraccio, e …. STAY TUNED.

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