Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2013

gbCredo non dimenticherò mai quei giorni. Sensazioni, pensieri, riflessioni continue, paure,  incertezze, terrore, rassegnazione e chi più ne ha più ne metta. A maturare quella scelta c’ho messo diversi mesi, con stati umorali che sembravano i battiti del cuore misurati da un cardiofrequenzimetro. Scegliere di spostarmi é stato veramente un parto, più o meno nove mesi anche in questo caso, e come detto, una grande paura di affrontare quasi l’ignoto. E’ stato la mia prima emigrazione, chissà se sarà l’ultima. Tra la preparazione dei documenti , ed il giorno della partenza, credo di aver provato tanti di quegli stati d’animo che, in parte, sono proprio descritti all’inizio di questo blog. Anche questo. Conoscendomi, non avrei mai pensato di essere qui, ad aggiornare il mio blog, sulla mia nuova esperienza. Vero, non “posto” posts cosi frequentemente come all’inizio, ma vi renderete anche conto che dopo tre anni la novità, in parte, si affievolisce. E come spesso descritto in miei posts precedenti, questo mi fa paura perché é come se mi fossi adattato al modus operandi israeliano, che per chi li conosce bene, non é sempre cosi positivo.

Ma torniamo a noi. Ricordo bene quel check in con 3 valige in cui c’era dentro la mia casa, e quattro negozi di abbigliamento che avevo svaligiato, portandomi materiale per quattro stagioni, ma accorgendomi qui, che bastava vestiario per due stagioni sole. Ricordo la tensione ai massimi livelli che avevo addosso. Un elastico tirato alla massima estensione all’indice, prima di essere lanciato. Non ne potevo più. In testa nel giro di 24h mi passava ogni tipo di pensiero, soprattutto il terrore dell’ignoto. In Israele non avevo nessuno che mi aspettava, se non un paio di amici di numero, ma per il resto, ero il regista di ogni cosa, assieme all’attore principale ed alle comparse. Bhum. E’ quasi bastato quello. Bhum.  Sentire il portellone dell’aereo che si chiudeva, quasi immaginandomi di chiudere con un presente/passato, e “volare” verso il futuro. Ricordo l’adrenalina ai massimi livelli che circolava dentro di me. Quelle quasi quattro ore di volo a pianificare quello che avrei dovuto fare da quel momento, perché no, forse, sino alla fine dei miei giorni. I dettagli del viaggio, le sensazioni e tanto altro sono raccontati in posts dedicati, quindi inutile ripercorrerli. Oggi, voglio solo guardarmi un attimo indietro per vedere quanto ho camminato, cosa ho imparato, prima di tornare a camminare ancora, anzi correre, per quello che mi aspetta.

Sostengo sempre che, questi cambiamenti di vita mettono alla prova noi stessi. Iniziamo a conoscerci per aspetti che sino a quel momento non sappiamo  neanche di avere. Emergono tante cose di noi, col tempo, che non sapevamo neanche fossero parte di noi. Iniziamo a comportarci diversamente con le persone.  L’approccio é diverso, e sicuramente anche l’umore. Sapere che da quel giorno ce la devi fare al 200% con le tue mani, ti mette addosso una forza incredibile, quasi a sentirsi imbattibile, e pronto ad affrontare quasi qualunque circostanza, pur di arrivare al traguardo.

Col passare del tempo la sensazione é sicuramente positiva. Ovviamente ci si trova a vivere momenti positivi ed altri meno, ma comunque rispetto a Milano, ed all’umore di quei tempi, l’aria che si respira qui é già molto diversa.

L’inizio era praticamente una fase di studio. Conoscere la città, imparare la lingua, e cercare di inserirsi quanto più possibile in mezzo alla gente, maggiormente ai professionals, soprattutto per trovare una collocazione lavorativa visto che, d’aria non viviamo. Mattine di studio intensivo dalle 8 alle 13, per poi passare il pomeriggio nei vari caffé internettiani, a prendere contatto con chiunque, e spedire CV praticamente all’elenco telefonico.

Bella la sensazione che hai addosso di dovercela fare per forza, altrimenti il rischio é quello di dover tornare indietro, seppure era anche quella  una possibilità.

I mesi sono passati. Impari a comportarti con le persone nel lavoro, cosi come inizi a frequentare persone del tutto nuove fuori dal lavoro. Cerchi di non far scontrare la tua cultura, oramai nel sangue da decenni, con la cultura israeliana, e fai in modo di accompagnare le due cose, prendendo il meglio da entrambe, e facendo in modo di lasciare il meno bello alle spalle.

La vita. La vita qui é veramente dinamica. Si corre come dei matti.  Una competizione infinita, soprattutto nell’ambito lavorativo. Non importa la qualità delle ore, importa la quantità di business che devi generare. Sei praticamente una macchina per quelle nove ore. Devi performare, soprattutto perché qui l’articolo 18 non esiste, ed in un certo senso, é positivo. Detto questo, devo anche essere sincero nel dire che, il valore umano che hai qui é cento volte maggiore, se non di più, rispetto all’Italia. Il tuo capo, cosi come spesso gli alti vertici, ci tengono a sapere della tua vita privata, soprattutto se sei un nuovo immigrato, senza un costante supporto famigliare. Mi sono trovato in situazioni in cui sono stato invitato a cena per una festività ebraica da un VP di una delle maggiori banche israeliane. Spesso, durante le feste, ti chiedono se hai un posto dove andare, e se no, sei ospite da loro. La persona, ha un estremo valore qui. Cosi vale nel lavoro, se riesci a trasmettere quello che sei veramente.

L’israeliano ha una folle voglia di aiutare/conoscerti. E’ naturale, spesso sembrano invadenti, ma ho capito dopo che lo fanno col cuore, senza nessuna cattiva intenzione.

Ci sono poi quegli aspetti che ti lasciano allibito. Sapendo di essere praticamente in una nazione HiTech, leader mondiale di startups, e di tutto quello che volete, é assurdo come delle volte trovi dei servizi pazzeschi, avanzati, APPs per ogni cosa, deliveries da ristoranti in ogni dove per Tel Aviv, e per altre cose sembra di essere nel medioevo.

Le case, gli appartamenti. Atterrando qui e portandomi dietro il gusto italiano e vedendo poi la tipologia di case/appartamenti che ci sono a Tel Aviv, mi ha lasciato stordito.  Una buona parte sono vecchi palazzi che sembra stiano in piedi veramente con lo sputo, cosi come alcuni appartamenti che avevo visto inizialmente, risalenti quasi all’ultima ristrutturazione della guerra del Kippur. Il tempo, poi, guarisce veramente tutto. Passati tre anni, ti abitui a quel livello di appartamenti (anche se ce ne sono di gran belli), e l’impatto che hai  quando rientri in Italia, rimani allibito per gli arredi e per i palazzi. Vero anche che stiamo parlando di un paese che ha 65 anni, costruito praticamente sulla sabbia.

Gli autobus. Mi capita spesso di prendere gli autobus. Aldilà degli autisti che, per avere la patente, devono sostenere l’esame su un circuito di Formula Uno, qui il biglietto lo pagano tutti, esattamente come a Londra. Non si sgarra. Sali sull’autobus, e l’autista “cecchino” ti fa pagare subito il biglietto. Qui i “portoghesi” non sanno manco cosa siano, se non essere i cittadini del Portogallo. Se poi, riesci ad oltrepassare l’autista cecchino, e lui ti sgama, col microfono ti chiama, e ti “smerda” (scusate il francesismo) davanti a tutti. Qui il soldo prima di tutto, soprattutto se devi pagare un servizio di cui usufruisci.

Il cibo. “Di quel che c’é non manca niente”. Non mancano i ristoranti, specializzati in piatti mediorientali, europei, africani, giapponesi, americani, sud-americani, e quant’altro. C’é davvero di che sbizzarrirsi per chi vuole assaggiare un po’ di tutto, ma si consiglia una carta di credito, con credito estremamente elevato.

Rimanendo sul discorso cibo, quello che veramente mi manca dell’Italia, é la quantita di scelta negli scaffali dell’Esselunga. Quello si, mi manca.

Patriottismo. Fantastico vedere le bandiere di Israele nel giorno dell’Indipendenza, nel giorno del ricordo della Shoah, e nel giorno dei ricordo dei soldati caduti. Il sentimento ed il bene che ci si vuole, credo, non esista in nessun’altra parte al mondo. Dimostrazione l’ho avuta lo scorso Novembre col lancio di missili su Tel Aviv.

Ci sono momenti che ti accomunano a persone che hanno vissuto guerre, perso figli, padri, genitori, per guerre o per terrorismo, quasi fossero tuoi famigliari.

Parli con chiunque. Basta un “ma shelomchà ?” (come va ?) che ti si aprono le porte. Gli israeliani, soprattutto i tassisti, sono li pronti a raccontarti qualunque cosa. Spesso, anzi sempre, ti chiedono da dove arrivi, e quando dici loro “Italia”, trovano il modo per avere un parente o un amico, se non il Milan, in qualche modo collegato a te. Tutti chiaccherano, tutti parlano, tutti sono curiosi, e mi sforzo quasi nel dire che difficilmente si fanno i c…zzi loro J

Negoziazione. Tutto si negozia. Dal contratto di lavoro, al contratto d’affitto, I prezzi variano se hai la pelle diversa dall’israeliano, o se sentono che hai l’accento straniero, e quindi si impone, la discussione. La discussione é uno standard, la discussione quasi “cattiva” per dimostrare che tu non sei un “ciula”, che nonostante sei in Israele da tre anni, non ti devono mettere i piedi in testa, e sinceramente, quando glielo dimostri, un po’ di rispetto, riesci a guadagnartelo. Dico sempre che, chi riesce a sopravvivere in Israele, può sopravvivere ovunque.

Il mare. Da milanese, ho scoperto il mare in Israele. Non sono mai stato uno che ama particolarmente il mare, nel senso che non faccio parte di quella categoria che esce dal lavoro, per correre in spiaggia e tuffarsi in acqua. No. Io il mare lo vivo alla Briatore, con la sola variante (e non solo) che io non ho i suoi soldi. Mi godo il mare per i drinks, per le passeggiate, e ogni tanto, per riflettere. Aiuta molto, é indubbiamente un bello sfogo, sia per la salute, che per gli occhi 😉

Il meteo. Non mi manca il grigiume di Milano, deciamente no. Si, mi manca la cioccolata calda. Posso però rinunciare alla cioccolata calda, sapendo di alzarmi 300 giorni all’anno col cielo blu blu bluissimo. Non amo la temperatura caldissima di luglio ed agosto, cosi come non amo le escursioni termiche dei condizionatori ovunque, che oscillano in +/- 20 gradi.

Le piogge. In quei 60 giorni circa autunnali/invernali, se capita la stagione sbagliata di piogge, ho scoperto che in Israele piove in tutte le direzioni possibili. Veramente in tutte le direzioni. Non importa se hai un ombrello, perché sai che quando hai l’ombrello, ci sarà un vento pazzesco, e la pioggia ti arriverà addosso dal fianco.

Che dire, di cose ne ho imparate tante, tante altre le imparerò, e posso dire che guardandomi indietro é stato un cammino difficile, ma nello stesso tempo curioso e stimolante. Cose belle e belle sorprese, e delle volte cose meno belle, e sorprese meno belle, ma nel complesso, é una bella sfida, affiatante, con ostacoli da saltare e raggirare, ma infondo, da un vero sapore alla vita.

Buon compleanno a me.

Alla prossima, e stay tuned !!!

Annunci

Read Full Post »

famiglia

Arrivano ogni tanto, quelle sberle virtuali. Quelle che ti svegliano, come fosse quel getto d’acqua gelata che hai tra le mani al mattino, e che riversi sulla faccia, per prendere conoscenza col mondo. Li per li ti da quasi fastidio, ma poi oltre a rinfrescarti, ti sveglia. Mi capita circa un paio di volte l’anno. Almeno, questo capita da tre anni. Il primo post di questo blog che ho iniziato tre primavere fa conteneva una frase ebraica, spesso da noi ascoltata “meshané makom, meshané mazal”, “cambia il tuo posto, cambia la tua fortuna”. Quello che ricercavo quando ho iniziato questa mia avventura in Israele. Un po’ come se ripartissimo da zero, “resettassimo” la nostra vita, o ludicamente, tirar su una carta delle “proabilità”, ed essere rispediti al Via, senza ritirare le 20.000 lire, come accadeva giocando a Monopoli.

Ripartire in un’altro posto, da zero, da solo, almeno per quanto mi riguarda, guardandomi indietro, mi ha dato molte soddisfazioni. Una sfida stupenda, difficile, interessante, accattivanete, stimolante, che mi ha permesso di conoscermi sotto aspetti che non conoscevo, e che, nel bene e nel male, sono venuti fuori, in questi mesi. Concentrarsi a vivere in un nuovo paese, con una nuova mentalità, ti impone a concentrarti su alcune cose, ed involontariamente, tralasciarne delle altre. Allo stato attuale trovi prioritarie certe cose, le altre le metti da parte, sapendo o non sapendo, che un giorno ti torneranno in mente.

Una lunga premessa, per arrivare a qualcosa che mi “schiaffeggia” tutte le volte, quando rivedo la mia famiglia. La famiglia, la cosa più importante. Nella vita di tutti i giorni qui in Israele, sono sempre concentrato proprio alla vita di tutti i giorni. Esistono le telefonate alla famiglia, mamma o fratelli che siano, ma averli qui, a casa mia, in questo nuovo posto, dove mi sono insediato da qualche mese, per me, ha un sapore estremamente profondo. Lo “schiaffo”, per me, é rivedere i famigliari, le persone che conosco, che sono mie, che fanno parte del mio passato, presente, e futuro, quelle con cui ho condiviso gioie e dolori, averle nel Mio nuovo “environment”, e che mi fanno quella doccia fredda, riportandomi ai valori famigliari. Non prendetemi per matto, é un sentimento estremamente forte, che mi lascia pensare che comunque, per tutti noi, alla base, c’é la famiglia. Quella che ti sprona, quella che delle volte ti stressa, ma anche quella che ti stimola ad andare avanti, e che é fiera di quello che hai costruito in questi anni, quella che ospiti oggi a casa tua, a Tel Aviv, ripensando a 40 mesi fa quando ti dicevi “che bello sarà quando saremo tutti insieme, per le feste, in Israele”.

Stay tuned !!

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: