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Archive for agosto 2014

Flag Of IsraelOggi mi sono voluto fare del male. Si, magari in un periodo dove dovremmo essere alla ricerca più di spensieratezza e sorrisi, ho preferito calarmi ancora un po’ più pesantemente in quello che stiamo passando da circa un mese. Non é una cosa da cui riesci a staccarti, perché volente o nolente la vivi per ventiquattro ore al giorno. Ho sfruttato in maniera molto triste Facebook. Sono voluto “entrare” nella vita dei più dei sessanta ragazzi che hanno perso la vita in quella che Israele ha definito “Operazione Scudo Protettivo”. Ho preso nome e cognome, e sono entrato in punta di piedi nella loro vita. Si, perché questo é quello che ti permette di fare Facebook, farti i fatti degli altri, ma questa volta l’ho voluto usare per una buona causa. Fin dove era possibile, o dove il profilo era aperto, ho avuto la possibilità di farmi un’idea di questi ragazzi ventenni, trentenni, ma non più che quarantenni, hanno avuto sino a fine giugno.

E’ incredibile. Vero, questa é la seconda mia “guerra” in Israele, anche se quella del 2012 é stata molto più veloce. L’inizio non é facile, quella fastidiosa sirena che dura novanta secondi ma che ti aiuta a nasconderti in attesa dello scoppio per un eventuale intercettazione dell’Iron Dome, che grazie al cielo ha lavorato e sta lavorando alla grande. Cammini per strada, vai in ufficio, giri la sera, e hai comunque quel sottofondo di adrenalina che ti tiene sul chi va là perché può essere che da un momento all’altro quella fastidiosa sirena ritorni a suonare.

Mi é capitato di essere in ufficio, di essere a casa, di essere per strada, e proprio per strada vedere anziani con la borsa della spesa “correre” all’interno di edifici e ripararsi. Questo non lo trovo giusto, se potessi, esonererei virtualmente gli anziani da questi fastidi. Ogni anziano che vedo in Israele sono sicuro ha passato qualcosa di triste, traumatico, come la guerra, o le guerre, o attentati, o un figlio, fratello, marito o altro perso in una guerra.

La sirena entra a far parte di te nella vita di tutti i giorni. I primi giorni ne hai timore, poi purtroppo ci fai l’abitudine, e come per un facile automatismo dopo quei novanta secondi aspetti i botti dovuti all’intercettazione. Ma quanto siamo fortunati ? nella tristezza di quanto sta accadendo il Kipat Barzel, come si chiama in ebraico, ha intercettato più del novanta percento di razzi/missili che erano diretti sulla nostra testa. Se non ci fosse stato, il conto delle vittime sarebbe stato enorme, e nel caso, come diceva un esponente politico al telegiornale, oggi non ci sarebbe più stata la Striscia di Gaza.

Difficile, difficile la routine di tutti i giorni, perché finisci schiavo di telegiornali, di giornali online, di streaming, di video dell’IDF, di qualunque cosa ti possa dare quel pizzico d’informazione che in qualche modo ti faccia sperare che questo “conflitto” stia per finire. Nel leggere le notizie, leggi i nomi dei caduti, le loro foto, la loro provenienza. Questa é la cosa che fa più male, vedere il viso di ragazzi ventenni o più che lasciano i loro sogni, la loro famiglia, un futuro che avrebbero avuto il diritto di vivere.

Ho imparato in questi anni a quanto é magico il sentimento che le persone hanno durante questi tristi eventi. Ogni soldato é amico di qualcuno, un parente alla lontana di qualcuno che magari conosci per sbaglio. Israele é una grande famiglia, lo vedi quando vai a fare la spesa la signora che ti augura uno Shabbat nel “silenzio” (senza sirene), lo vedi alle casse dei supermercati dove i clienti possono mandare ogni cosa ai soldati al fronte, lo vedi dai privati, dalle aziende, da quanto la gente si organizza per aiutare tutti questi soldati in un modo o nell’altro, perché é un po’ come fossero tuo fratello, tuo papà o chiunque altro a te caro.

Volente o nolente sei coinvolto, c’é poco da fare. Non riesci ad estraniarti, e vuoi solo che questa situazione finisca al più presto possibile, e sei anche consapevole che il nemico deve essere sradicato una volta per tutte perché una guerra, un’operazione in Israele oramai é diventata un’abitudine che cade ogni cinque anni massimo, almeno.

Certo, quando decisi di venire a vivere in Israele l’avevo considerata come possibile evenienza, ma cerchi sempre di sperare che sia quell’evenienza che non può accadere, ma fa parte del prezzo da pagare in un paese che offre tanto altro e che ti insegna mille valori che non avresti potuto toccare con mano se fossi vissuto altrove.

Che dire, speriamo tutto questo finisca presto, e possiamo tornare tutti a vivere più serenamente.

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