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Archive for settembre 2014

Una giornata tipo

20140907_192445Un terno al lotto prendere il 66 la mattina. Il tratto di strada che mi separa dall’”infame” bus, o quantomeno dai suoi autisti (o piloti di formula uno), sono circa un centinaio di metri. La mattina qui il vero fresco ancora non si fa sentire, ma il sole é sempre li presente che ti accoglie con quella bella temperatura che se solo lasci l’ombra per sbaglio, il caldo lo senti. Devo percorrere una S per arrivare dall’ “infame”. Non é particolarmente impegnativo, ma il tratto finale é quello che a distanza mi fa vedere la fermata del bus, ed ogni volta che mi affaccio su quel tratto prego che non mi passi davanti agli occhi il maledetto, che poi per aspettare il prossimo, non passa veramente più. Usare Moovit ? l’ho fatto qualche volta, ma essendo una startup israeliana, ho smesso di crederle dopo che mi ha illuso un sacco di volte ad aspettare l’”infame”, facendomi credere che sarebbe arrivato dopo pochi minuti, ma invece mi ha laciato li ad essicare. L’arrivo alla fermata dovrebbe essere santificata con la bandiera a scacchi e magari una secchiata d’acqua  fresca in faccia. Vabbe, l’”infame” che poi io chiamo da tempo “randombus”, si fa attendere, quasi fosse una ragazza che aspetti sotto casa per portarla fuori a cena. Moovit ti dice 10 minuti, in verità sai che ti prende in giro, ma tu vuoi credere a qualcosa, ti appendi a qualunque cosa pur di smettere di innervosirti. A distanza arriva  un bus ? sarà l’”infame” ? o é il 10 ? …é il 10. Malimorté. Mi tocca stare ancora sotto sta graticola alle 8.30 del mattino. Moovit ormai mi prende in giro, spara numeri a caso, e mi fa credere quasi esista Babbo Natale. Sotto a quel sole credo a qualunque cosa, a Babbo Natale, a Hamas che é buono, a Hezbollah che ci vuole tanto bene, e che la guerra era solo un incubo di un lungo sonno. “Aspetta” mi dico. Vedo qualcosa che assomiglia ad un bus dai colori bianco e blu. Le 200 persone alla fermata iniziano ad affilare le armi. In quelle situazioni come dico sempre, il “rispetto” (parola sconosciuta in Israele), finisce quando si aprono le porte del bus. Ci si guarda, ci si studia. La vecchia si fa vedere, ma poco importa agli altri. C’é poi quella con quello zaino che sembra si porti dietro la casa e non pensa che forse dentro il bus potrebbe dare fastidio ai passeggeri nei momenti in cui la svegliona si gira a destra e sinistra. Il bus inizia ad acquistare nitidezza alla tua vista. E’ lui. E’ l”infame”. Prepari la tua card, affili le armi, carichi la tua stazza, e ti pianti sul terreno, magari dando qualche spintina “inavvertita” qua e la. Si aprono le porte. “Che la guerra abbia inizio”. Tiri su la gamba per salire con la tua faccia appiccicata a quello davanti, e quello dietro che fa lo stesso con te. Scatta la guerra per passare le card. Non te ne accorgi, ma da destra, sinistra, sopra e sotto ti passano le card dei passeggeri scaltri, che approfittano della tua disattenzione per passare il biglietto, o se sei sfortunato per farsi  caricare la card con 200 shekel, e quindi costringerti all’attesa per qualche lungo ed interminabile minuto. Una volta svolto l’obbligo, ti addentri all’”infame”. Ti rendi conto solamente dopo aver passato l’autista che l’escursione termica tra l’esterno e l’interno é di circa una quindicina di gradi di differenza. Delle volte le finestre fanno condensa. Parte il gran premio. Il 66 fa un tratto lungo, da Tel Aviv sino a Bnei Braq passando per Ramat Gan dove scendo io. Se non ti tieni bene, l’autista che spesso é Prost, Schumacher, o fate voi, riesce a farti fare acrobazie che solo nei circhi russi riescono a fare. Scendi alla tua fermata, sperando di essere incolume, e dagli orsi bianchi, inizi a vedere i cammelli per strada. La temperatura torna a quei bei 30 mattutini e ti mancano quei trecento metri per entrare in ufficio, ma hai ancora addosso il ghiaccio e contemporaneamente il sole che ti picchia addosso. Arrivi in ufficio, arranchi, passi il badge, e scatta l’applauso. Anche oggi ce l’hai fatta.

Il ritorno non é molto differente, anche se l’uscita stile Fantozzi dall’ufficio si impone, vista la mia voglia di andare a tuffarmi in mare. La temperatura alle 18 é quasi gradevole. Ti tocca prendere l’”infame” di ritorno. Provi a dare un’altra chance a Moovit, vuoi credergli questa volta. Ma ancora una volta ti prende in giro. Tu lo sai che Moovit é un infame come l’autobus, o meglio il randombus, ma tu devi credere a qualcosa. Niente, manco Moovit é più affidabile. La fermata inizia a riempirsi, e la gente inizia a prendere le migliori posizioni per sgomitare e salire sul bus. “Petta, ne vedo uno a distanza”. Mi metto subito in posizione, calcolando la statistica dell’ultimo punto esatto dove si era fermato negli ultimi 15 giorni. Regolarmente sbaglio. Risalgo sul “frigo”, ma ci può stare, dopo la lunga attesa al sole un po’ di frescura te la godi. La mente corre a quello che farai non appena arrivi a casa. I minuti sono importanti. Sono vitali. Scendo davanti a casa, questa volta la S non la devo fare. Salgo, indosso costume e t-shirt, prendo lo zainetto pronto per il mare, cuffiette d’ordinanza e telefono, e mi avvio per quello che aspetto dalla mattina alle 9.

Già uscire in modalità “mare”, mi porta ad un’ altra dimensione. Musica, e “clap clap” delle mie Havayanas d’ordinanza, facendo il “shortcut”, buttandomi su Ben Yehuda, per girare poi su Ben Gurion. A distanza già si vede il sole, ma soprattutto incontri tutti quelli che tornano a casa, mentre tu eri in ufficio a “sgobbare”. Arrivi a Gordon Beach, stendi il tuo asciugamano, via la maglietta, e via in mare a rilassarti.

Inizia a farti compagnia il tramonto su una spiaggia quasi deserta, in un’acqua cosi perfetta, e ti sembra di non essere mai andato a lavorare al mattino. Qualche bracciata, senza troppo impegno, per poi buttarti sull’asciugamano pancia all’aria, e guardare quello che ti circonda a 180 gradi, sguardo a destra e sinistra. La spiaggia inizia a svuotarsi, pochi restano. Il sole scende, offrendoti dei colori che ogni giorno sembrano diversi dal giorno prima, e da quello precedente ancora. Diventa sempre più scuro, ma tu rimani con le tue cuffiette nelle orecchie, e guardi il cielo che diventa più scuro, sino a quando tutto é buio e compaiono le stelle. Che stelle !!. Ti senti in pace col mondo, e senti veramente che puoi affrontare o pianificare qualunque cosa, senti la calma assalirti, il vero relax.

Ti guardi in giro. I campi di pallavolo sono illuminati, la gente gioca. La Tayelet é animata da persone che fanno jogging, camminano, vanno in bici. La spiaggia attorno a te, oramai quasi vuota, presenta solo qualche essere umano, o coppietta che si gode quella brezza sorseggiandosi una birra.

Tutto rallenta, tutto va più piano, anche il tuo cervello che inspiegabilmente delle volte corre come un matto, ma ti accorgi in quei momenti che “chi va piano, va sano e va lontano”.

La mia giornata tipo.

 

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Ritorno alla normalità ?

dreamNon so cosa fosse esattamente ai tempi. E per tempi parlo di due mesi fa (luglio e agosto). Era come se avessi vissuto in una Israele che non riconoscevo più. L’inizio della guerra mi ha sorpreso molto, probabilmente per il fatto che non sono un assiduo lettore di quotidiani israeliani, ma penso abbia colto un po’ tutti. Le giornate non sono state facili, e due mesi circa sono stati molto lunghi. La speranza iniziale era quella che durasse poco come quella che durò Pillar of Defence nel 2012. Mettermi a fare paragoni su due guerre, che qui chiamano “operazioni”, mi sembra già paradossale.

Sono dell’idea che ognuno di noi risponda soggettivamente a questo tipo di eventi, non credo ci sia altro modo. I primi giorni per me sono stati “normali”, forse ancora nutrivo la speranza parlassimo di un intervento limitato nel tempo, ma col passare del tempo le speranze si affievolivano sempre di più. Quel suono della sirena che solitamente sento a Yom Hazicaron, o Yom Hashoà che ti penetra nel cervello e nel cuore, sono entrate nello standard quotidiano ed al termine di quelle, l’esplosione dei razzi intercettati.

Le sirene hanno cominciato a suonare quasi timidamente le prime volte, finché poi siamo arrivati ad un certo standard (e mi riferisco solo a Tel Aviv), causandomi non poco nervosismo. I giorni passavano, ma quelle finte tregue duravano manciate di tempo ed eravamo tutti appesi alla speranza di non sentirne altre. Il nervosismo cresceva continuamente, che poi non so quanto nel nervosismo ci fosse stress, e quanti altri fattori che nella mia vita non avevo considerato, ma che ho vissuto esattamente in quel periodo. Tutto sembrava difficile, ma soprattutto quanto si stava protraendo questa “operazione”, si iniziava a vedere quasi una durata molto più lunga di un paio di mesi.

Sono stati due mesi innegabilmente diversi da tutti quelli passati dal 2010 in Israele, e continuo a sostenere che questi due mesi mi hanno completamente ridimensionato la visione di quella realtà che magari avevo lasciato da parte, ma che ogni tanto bussa alla tua porta, ed entra senza chiederti “permesso”. E’ una realtà che non mi é piaciuta, é stato un periodo difficile, e sono sicuro di non essere stato proprio la persona più di compagnia con cui parlare in questo Luglio ed Agosto. Io stesso mi sentivo molto inconcludente al lavoro, disinteressato, o forse un po’ deluso da un qualcosa che sembrava perfetto, e che magicamente mi stava crollando addosso. Questa “operazione” per me é stata una vera sberla. Gli stereotipi dell’oleh hadash  si stavano spegnendo, stavo veramente nutrendomi della nuda e cruda realtà quotidiana. Sirene, esplosioni in cielo, soldati morti, ragazzi, innocenti, sirene continue al sud,  una realtà a cui non sono mai stato cosi vicino nella mia vita. L’ho sempre visto nei film, o ascoltato nei telegiornali, ma “viverla” cosi da vicino ti fa riflettere veramente su mille cose. Ho partecipato quasi ad ogni evento nel suono delle sirene. Ho visto anziani “correre” verso i rifugi, o verso il portone di un palazzo e rifugiarsi, ho visto mamme con bambini al seguito e neonati in braccio correre al riparo, ho visto tanta solidarietà tra le persone, perché in quel momento fai parte di una grande famiglia.

Ieri in ufficio sono passato davanti al Mamad del nostro piano, il rifugio. Era chiuso col  lucchetto, quasi come a dire “la guerra é finita”. Ma tra quanto si riarprirà  ? questo mi ha portato a ridimensionare Israele, ma non per colpa di Israele, ma solo per una mia visione che probabilmente era troppo blanda per questi quattro e passa anni passati a Tel Aviv. Di operazioni, ahimé, ce ne saranno altre anche se nutro sempre la speranza di sbagliarmi, ma mi piace essere realista e non ottimista. La realtà qui é proprio diversa.

Oggi, steso in spiaggia, come sto facendo da un po’ di giorni la sera dopo l’ufficio, buttandomi in acqua e stando sdraiato sino a buio inoltrato, osservando il cielo stellato mentre quel bel venticello marino ti accarezza, rifletto veramente al passato, al presente, e un po’ anche al futuro. Questa é l’Israele che mi piace, quella che mi permette di andare al mare quando voglio, quella di ridere e scherzare col mio vicino, quella dove tutti ci chiamiamo “Achi”(fratello), quella dove tutto é aperto 24h su 24h, quella dove c’é sempre un rapporto amichevole con chi ti sta di fronte, quella dove per riuscire devi dimostrare quanto vali, e non chi sei, ma adesso comincio anche a considerare altri fattori che sapevo esistevano, ma che non facevo miei, come fanno gli israeliani veri, quelli che hanno un solo passaporto, e da qui non se ne possono andare, neanche quando c’é un’operazione.

Rispetto per questo popolo, che vede da 66 anni amici, parenti, figli, genitori, fratelli morire nelle guerre, negli attentati terroristici, e che al suono di una sirena non si scandalizzano più, ma che tristemente l’hanno fatta rientrare nel loro “day by day”.

Penso anche a chi stà dall’altra parte, ai palestinesi nella Striscia. Penso a quanta di quella gente é morta o danneggiata per colpa di ideali che non condivide ma che si trova ad essere obbligata ad accettare  e non ha alcun modo per cambiare le cose. Anche per loro, quanto tutto questo durerà ? quanto questi palestinesi, i “bravi” palestinesi devono patire per avere una loro vita normale ? mettetevi nei loro panni, e siate obiettivi. Io ho cambiato il mio punto di vista. Israele mi ha fatto anche questo, non so se un bene o un male, anche se pendo maggiormente al “bene”, mi ha fatto capire che non sempre noi abbiamo ragione e gli altri hanno torto. Ho imparato ad avere una visione più ampia delle cose, e soprattutto ho imparato ad ascoltare chi ne sa più di me, per farmi poi un’idea.

Riconsiderazione. Cosi l’ho chiamata prima. Cinquanta e poco più giorni che mi hanno aperto gli occhi, e forse mi stanno facendo guadagnare maggiormente quel passaporto israeliano che ho ricevuto nell’aprile del 2010, nel capire, nel guardare le persone qui e le difficoltà oltre alle cose belle.

Il cielo é tornato ad essere blu, il sole splende, il mare ti accoglie quando vuoi, e ti senti un uomo libero, ancora, ma ricordiamo sempre quei settanta e passa ragazzi che oggi non si possono godere tutto questo.

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